I mestieri legati alla navigazione fluviale: tre donne protagoniste

Pubblicato da Museo della Navigazione Fluviale Battaglia terme - Padova il

La Santa, la Ida e le mogli dei sabionànti sono tre esempi.

Le donne appartenenti a famiglie di barcari e di altri mestieri d’acqua non avevano sempre e solo un ruolo marginale come si potrebbe pensare. Anzi, erano spesso protagoniste di lavori pesanti che ruotano attorno alla navigazione.

Senza nulla togliere alle donne, mogli di barcari ad esempio, che aspettavano i mariti a casa anche per lunghissimi mesi, avendo in mano la totale gestione della famiglia, che a quei tempi era molto numerosa.

Si dovevano occupare in particolare di dar da mangiare a tutti e non era cosa semplice:

Bisognava pianificare attentamente tutte le portate che sarebbero state servite durante la settimana, affinchè si potessero accontentare i gusti di tutti i commensali, utilizzando le scorte alimentari nella maniera più saggia e parsimoniosa.

da “Zingari d’acqua. L’epopea dei barcari della bassa pianura Padana nella vicenda di un vecchio navigante” di Michele Mainardi.

In occasione della Festa della Donna, vogliamo proporvi tre esempi di donne che sono state protagoniste di mestieri legati alla navigazione fluviale.

La Santa, madre del barcaro Renato Baccara

Il seguente brano è tratto dal libro “I Barcari raccontano i cavallanti” di Marina Bovolenta. Un libro ricco di spunti e aneddoti interessanti in vendita presso il Museo.

La donna protagonista in questo caso è la Santa, madre del barcaro Renato Baccara, nato a Corbola, che in un’intervista racconta:

Molte donne andavano in barca con i mariti una volta che i figli avevano terminato di andare a scuola. Non aiutavano solo in cucina ma anche nel vero lavoro del barcaro. Una volta mio padre e il marinero ebbero un attacco di malaria con la barca carica di polpe di barbabietole, che producevano una grande quantità d’acqua. Mia madre vide l’acqua affiorare sopra il paiolato e incominciò in tutta fretta a scolarla con un palotto da cereali. Un altro barcaro, da un burchio vicino, la vide lavorare come una forsennata e, pensando che la barca facesse acqua, le diede la voce; mia madre, ancora prima di rispondere, ricordo che si coprì imbarazzata come potè, dal momento che stava lavorando in sottoveste per il gran caldo.

da “I barcari raccontano i cavallanti. Uomini e mestieri del ‘900 alle radici della nostra memoria collettiva, un passato dimenticato di cui siamo eredi.” di Marina Bovolenta.

La Ida, cavallante di professione

Continuando a sfogliare le pagine del libro di Marina Bovolenta troviamo un’altra donna che è rimasta impressa nei ricordi di molti barcari. La Ida, “un tipo caratteristico” come la descrive Renato Baccara, che di questa cavallante ci racconta:

A Ponte Fornaci ricordo la Ida, (…). Un tipo caratteristico: più che una donna, a dir la verità, mi sembrava un uomo, più che altro per la mentalità di tipo maschile in cui doveva essere cresciuta.

L’ho vista lavorare come un uomo, caricare con esuberanza dalla barca il carretto di carbone, da sola (quasi tutti i cavallanti facevano anche i carrettieri). Aveva per curioso contrasto un compagno (da cui deve avere avuto anche dei figli) del tutto diverso: timido, riservato, per lo meno poco appariscente, ma mi ricordo che sapeva consigliare e guidare.

Di pelle scura, voce squillante, capelli non troppo lunghi sulle spalle, la Ida appariva leggermente curva, vestiva sempre sottane lunghe a quadri vivaci (non ricordo mai di averla vista con abiti scuri) e portava di solito stivaloni di gomma.

da “I barcari raccontano i cavallanti. Uomini e mestieri del ‘900 alle radici della nostra memoria collettiva, un passato dimenticato di cui siamo eredi.” di Marina Bovolenta.

Le mogli dei sabionànti

Riccardo Cappellozza, barcaro e fondatore del Museo della Navigazione Fluviale, nelle interviste per il libro “Zingari d’acqua. L’epopea dei barcari della bassa pianura Padana nella vicenda di un vecchio navigante” di Michele Mainardi racconta del mestiere del sabionànte e del ruolo che avevano le loro mogli.

Il mestiere, poco conosciuto, consisteva nel recupero della sabbia dai fondali dei fiumi con un attrezzo chiamato baión che poteva contenere fino a 50 chilogrammi di sabbia, che veniva poi venduta alle attività edilizie.

A differenza che nelle altre categorie di lavoratori legati al fiume per i quali sarebbe apparso inconcepibile, tra i sabionànti, la donna ha svolto un ruolo attivo, di partecipazione, svolgendo compiti pesanti e non secondari. La moglie del sabionànte aiutava il marito a sollevare il baión carico, e a lei era affidato l’incarico di trainare la barca con la sèngia quando si trattava di risalire il fiume, perché i magri introiti non permettevano di prendere a nolo i cavallanti, oltre che il dover preparare pranzo e cena. Certo erano donne robuste, già abituate a condurre a remi la barca per trasportare gli ortaggi al mercato, tanto da consentire loro di partecipare alle regate veneziane ed uscirne spesso vittoriose.

da “Zingari d’acqua. L’epopea dei barcari della bassa pianura Padana nella vicenda di un vecchio navigante” di Michele Mainardi.

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