Bruno Cappellozza, “il Capitano”

Pubblicato da Museo della Navigazione Fluviale Battaglia terme - Padova il

Il 2020 si è aperto e si è chiuso con il lutto per le famiglie Cappellozza e la grande famiglia dei barcari.

Lo scorso 25 gennaio ci aveva lasciato Riccardo Cappellozza, fondatore del nostro Museo della Navigazione Fluviale di Battaglia Terme.

Venerdì 11 dicembre 2020 è stato Bruno Cappellozza a imbarcarsi per l’ultima definitiva navigazione.

Aveva 81 anni – nato il 1° aprile 1939 – e ci ha lasciato dopo breve malattia seguita ad un banale infortunio domestico.

Bruno era un autentico barcaro, di quelli cioè formati e cresciuti sui burci, barche in legno prive di motore, mosse dal vento, dalla corrente, dagli uomini ai remi o dagli animali alle cime.

Scherzando, si dice che il vero barcaro è quello che “spussa da pegoea”, cioè odora di pece, la sostanza che rendeva impermeabile gli scafi dei burci e il cui odore inevitabilmente avvolgeva chi viveva a bordo del burcio per mesi e mesi.

Bruno era un barcaro “dea pegoea” che ha dedicato tutta la sua vita alla navigazione. Da vero barcaro ha bevuto l’acqua di fiume e ha dormito con i piedi nudi appoggiati in sentina, per sentire per tempo eventuali infiltrazioni d’acqua nello scafo e non rischiare di andare a fondo.

Giovanissimo, era stato tra i primi a prendere l’abilitazione di Capitano, da qui l’appellativo de “Il Capitano”, dopo l’istituzione governativa del ruolo per la navigazione interna, nel secondo dopoguerra.

È stato anche soprannominato “Caronte”, per l’indiscutibile abilità di navigare traghettando con perizia le barche affidategli in fiumi, canali e lagune, da un porto all’altro, con a bordo non anime dantesche ma carichi di prodotti d’ogni genere, con i boccaporti a pelo d’acqua, tanto le stive erano riempite.

E tanta era la sua maestria che riusciva portare la sua “Paolo C”, lunga quasi 60 metri (sessanta), tra le anse del fiume Sile, dove colleghi faticavano a condurre gabarre o burci lunghe la metà.

Un’abilità riconosciutagli, senza discussione, da barcari o naviganti (i barcari a motore), che lo giudicavano il numero uno. Ciò, probabilmente, era sì frutto di esperienza maturata rapidamente, grazie alla sua intelligenza, ma anche di un DNA speciale.

In primis era un Cappellozza, uno, cioè, dei “…barcari Cappellozza, che avevano impestato il mondo”, come diceva Riccardo Cappellozza, il cugino.

A seguire, ma non da meno, sebbene fin da giovane si fosse trasferito, ed ora abitasse a Camin (PD), era un battagliense, cioè nato a Battaglia Terme, notoriamente, il paese dei barcari, per l’elevato numero di famiglie mestieranti la navigazione e per gli innumerevoli burci presenti nelle acque del Canale Battaglia e del Sottocanale.

Infine, aveva imparato a stare a bordo fin da bocia, ragazzo, iniziando come morè, mozzo, navigando sul Burcio Maria Giovanna, condotto dal padre, Paolo Cappellozza. Il Burcio Maria Giovanna trasportava in particolare “girasoli” dallo Stucky di Venezia alla Chiari e Forti, a Silea, proprio lungo il Sile, del quale era diventato un vero peota, esperto comandante pilota del posto.

Gli anni ’50 non sono stati facili per il comparto della navigazione interna. Da un lato, la frenesia della ricostruzione post-bellica e le ingenti opere di difesa degli argini, a seguito dell’alluvione del Polesine, avevano incrementato le richieste di trasporto veloce, inducendo molti barcari a investire per motorizzare i loro burci. Dall’altro lato, la modernizzazione dell’economia aveva preferito la concorrenza del trasporto su strada, determinando la parabola discendente del millenario mestiere di barcaro d’acque interne. Già all’inizio degli anni ’60 la maggior parte dei barcari aveva abbandonato il lavoro e le proprie barche.

Bruno Cappellozza decise, a cavallo degli anni ’50-60, di imbarcarsi con l’armatore Specino. Inizia a condurre motocisterne e spintori con chiatte, lungo il Po.

L’abilità di navigatore di Bruno ormai è consolidata. È anche attento alle innovazioni. Naviga per primo il Po con il radar a bordo, dimostrando che si possono ridurre i ritardi dei tempi per le nebbie ed i banchi di sabbia. Continua ad accumulare esperienze. È il Capitano della Amoretti Albertina, e della motocisterna Boretto della Contessa Baia. Passa poi alla BB1 (Bertoli-Barbieri nr. 1), una nave di ferro per il carico di prodotto sfuso secco. Ha una portata massima di 1.000 Tonnellate. Viaggia tra Marghera e Mantova carico di sale della Montedison, e tra Marghera e San Giorgio Nogaro per il trasporto di carbone

Tra il ‘74-75 acquista una barca in ferro di origine olandese, la motogabarra “Luzzara”, dalla società Veneziana. Le cambia il nome in “Paolo C” (Paolo, il padre, Cappellozza). È lunga 55 metri e larga 8 metri. Ha una portata di carico di 600 Tonnellate, 2,20 metri l’immersione a pieno carico. Trasporta diversi prodotti sfusi: carbone e sabbia del deserto a Portogruaro; frumento Manitoba per i Pagnan, da Chioggia fino sul Sile, a Silea; Inoltre, per altri committenti, il grano proveniente dalla Russia, cereali, sale, prodotti per la siderurgica. Il fratello Antonio è il marinero di bordo, in un lungo sodalizio. 

La rotta Venezia-Silea (TV) obbliga Bruno a imparare a dormire poco per ottimizzare le tempistiche. Quando si carica si deve essere presenti e attenti, per circa 4-5 ore. Quindi ci sono circa 12 ore di navigazione verso Treviso, per scaricare. Finalmente è possibile riposare qualche ora, prima di riprendere la navigazione, in discesa del Sile, leggeri, privi di carico, per circa 8 ore. Poi si ricomincia, caricando.

Alla fine degli anni’70 inizia a pensare di trasferirsi sulla navigazione passeggeri.

All’inizio degli ’80 acquista e trasforma una imbarcazione da sabbia in passeggeri. La rinomina “Mara C.” Mara è il nome della figlia.

Dopo qualche anno, senza aver avuto grandi soddisfazioni, vende l’imbarcazione al gruppo Negrini di Mantova. La barca, ribattezzata River Queen è ora condotta da Attilio Formigoni.

Acquista negli anni ’90 un vaporetto operante nella laguna di Caorle, il “Rialto”, e lo porta sul percorso della Riviera del Brenta. Naviga con la moglie Bruna fino all’inizio del 2000 quando vende il Rialto al comandante Antonio Dalla Riva.

Inizia così un ulteriore periodo della sua vita che lo ha visto sempre disponibile per ruoli in ausilio dei colleghi navigatori. Lo ricordiamo nel 2000, ad esempio, comandante aggiunto, sulla motonave Tiepolo, arrivata insieme alla peota Padovanella e al burcio Nuova Maria, a Padova per festeggiare il restauro e riapertura della banchina e del mandracchio inferiore della cinquecentesca conca veneziana delle Porte Contarine.

È sempre stato in ottimi rapporti con tutti. Intelligente, brillante, disponibile, di compagnia, scherzoso, anche malizioso. Un faro di competenze e bravura, un punto di riferimento per i colleghi.

Alzaremi per il barcaro “Caronte” Bruno Cappellozza, “Il Capitano”, salpato per l’ultima navigazione, quella eterna.

Maurizio Ulliana – Museo Civico della Navigazione Fluviale di Battaglia Terme

Libera elaborazione di informazioni raccolte presso:

− I colleghi barcari Adriano Gnan, Glauco Stefanato, Antonio Dalla Riva

− Il gruppo colleghi della chat WhatsApp “Gestione Navigazione”

− Internet

Foto fornite dal barcaro Glauco Stefanato Ci scusiamo per eventuali imprecisioni. Siamo disponibili a raccogliere ulteriori contributi documentali.


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