Adriano, la passione e la forza che lo legano al Museo dei Barcari

Pubblicato da museonavigazione il

Adriano Baezzato, ex fabbro presso lo squero Nicoletti di Padova, oggi è un grande amico del Museo dei Barcari.
Da quando ha conosciuto il Museo, viene a trovarci molto spesso per raccontare ai visitatori la storia della navigazione fluviale e le sue esperienze di vita trascorse da sempre accanto ai barcari.

Inoltre, è un grande maestro per le guide del Museo: non si è mai stancato di insegnare loro molte cose e …non si è mai stancato di ripetersi! La formazione attraverso lo studio dei libri e delle fotografie storiche è fondamentale per le aspiranti guide ma, ricevere le conoscenze di chi la storia l’ha vista e vissuta è un altro paio di maniche.

Non solo. Adriano non perde l’occasione per mettersi in gioco, e nonostante l’età partecipa molto volentieri ai costanti lavori di manutenzione/pulizia dei reperti esposti.


Siamo grati per la sua passione e la sua disponibilità, e con questa intervista vogliamo ringraziarlo di cuore per tutto il tempo prezioso che sta donando al Museo.

D: Qual’è il suo ruolo al Museo oggi?

Adriano: Vengo al Museo quando posso, sono un volontario. Ho conosciuto Riccardo Cappellozza (ndr fondatore Museo della Navigazione Fluviale)  e Maurizio (ndr presidente Associazione TVB – Traditional Venetian Boats) qualche anno fa perché ho portato qui delle carte e delle fotografie di corse e regate alla veneta. Siamo entrati subito in sintonia per la passione che ci accomuna, e da quel giorno quando posso, vengo a passare i pomeriggi qui, raccontando aneddoti sullo Squero e tradizioni perse alle guide del museo e ai visitatori.

D: Perché viene al Museo oggi?

Adriano: A casa non so starci! Trascorro il mio tempo al Museo della Navigazione raccontando alle persone le mie passioni e insegnando ciò che ho appreso durante l’arco della mia vita. Quando ci sono visitatori, ricevo spesso applausi e talvolta lasciano complimenti nel libro degli ospiti del museo, che leggo sempre con molto piacere. Con Maurizio siamo molto affiatati, mi chiede tante cose. Abbiamo fatto qualche lavoro insieme, finché potrò aiutare, sarò una figura ricorrente.

D: Quali sono le sue aspettative?

Adriano: Finché ho la forza e le idee ben chiare nella testa ho intenzione di insegnarle ai visitatori che avranno il piacere di sentirle, finché Maurizio mi vorrà (ride). Pensi che vorrei sviluppare un laboratorio all’esterno del Museo, per coinvolgere i giovani, ma ahimè servono fondi… In un momento difficile come questo, creare nuovi ambiti occupazionali formando nuovi artigiani potrebbe essere una buona soluzione… è importante che non si perda il mestiere dell’artigiano!

D: Dove ha lavorato e per quanto?

Adriano: sono nato il 23 giugno del 1936, penultimo di otto fratelli e sorelle, vicino lo Squero Nicoletti al Bassanello. Mio padre era un barcarolo di professione, portava con sé mia sorella maggiore mentre io giocavo nei paraggi. All’epoca non esistevano le ferramenta, costruivo chiodi con le mie mani, erano i giochi di una volta. A dieci anni ho dovuto prendere una decisione: diventare barcarolo seguendo le orme di mio padre o coltivare la passione per il ferro battuto. Ho scelto di intraprendere la seconda strada, lavorando allo Squero Nicoletti fino all’età di quattordici anni. Successivamente entrai nell’officina Gatto a Santa Croce, poi diventata O.C.S. O.C.M. in strada Battaglia, perché il capo era un gran maestro nell’arte del ferro battuto, e ottenni ben presto il tesserino di specializzazione come saldatore. Dopo dieci anni di servizio dove lavoravo anche dodici ore al giorno sette giorni su sette, a ventitré decisi di lasciare l’azienda e prendermi una settimana di meritato riposo. Il primo giorno di ferie però, venni contattato dal fratello del direttore dell’azienda dove mi ero licenziato, il quale mi propose di presentarmi il giorno dopo per un colloquio nella sua officina di serramenti a Chiesanuova; iniziai a lavorare il giorno stesso, e nel frattempo, dopo quasi sette anni di conoscenza sposai la mia amata Evelina nel 1960. Qualche anno più tardi giravo i diversi zuccherifici della zona per delle manutenzioni, da Pontelongo a Cagnola, e verso il 1968-69, con tre bambini piccoli, iniziai a essere molto richiesto in vari stabilimenti per l’Italia, dal Piemonte alla Puglia. Partii per la Puglia nel 1969 e vi restai fino al ‘75, ma sentivo la mancanza della mia famiglia; avevo chiesto al responsabile dell’officina la possibilità di trascorrere le ferie a casa dai miei figli, e pur di avere la sicurezza che in caso di manutenzioni straordinarie io fossi reperibile, mi fu proposto di ospitarli nella casa limitrofa allo stabilimento. A causa di alcuni problemi di salute però, abbandonai i miei viaggi di lavoro e feci ritorno a Padova, dove mi fu proposto di tenere qualche lezione sull’arte del ferro nelle scuole superiori. La paga era misera, e così ritornai al mio lavoro principale, creando infissi in alluminio in un capannone che avevo affittato a Lion. Mettevo tanta passione nel mio lavoro, troppa, non mi spaventavano le imprese più difficili e rischiose. Quando ritornai al mio capannone dopo un periodo di convalescenza in seguito a un incidente stradale, mio figlio mi disse: “Papà smettila con questi lavori pesanti, basta lavorare!”. Capii che aveva ragione, e conclusi la mia carriera di fabbro con lavori più leggeri lavorando nell’officina di un caro amico, andando per lui nelle proprietà dei suoi clienti. Prendevo il furgone e mi spostavo fino in Croazia, ricordo ancora quando dovetti andare in una villa privata nell’isola di Krk, con la paura che serpeggiava durante i lunghi controlli alla dogana. Finalmente andai in pensione tra il 1992 e il ‘93, dedicandomi ai lavori della terra nella mia casa ad Albignasego, dove i miei suoceri avevano lasciato 9000 metri di terreni. Anche qui mi costruii un piccolo capannone e mi dedicai alla viticoltura, sistemando le vigne che c’erano e impiantandone di nuove, tanto che mia moglie quando mi alzavo da tavola dopo il pranzo diceva spesso: “Ma sei sempre fuori?” (ride). Nonostante questo nuovo capitolo della mia vita, rintracciavano il mio numero di telefono alberghi, ville, privati che volevano una mia creazione o consigli per le loro abitazioni. Ho nel cuore un lampadario a 36 braccia per la sala da pranzo del Professor Simone (ex primario di Chirurgia presso l’ospedale di Padova), uomo che stimavo molto. Anche qui, le richieste erano tante, e mi resi conto di essere troppo impegnato, così smisi e recuperai il tempo perso con la mia famiglia viaggiando ogni anno con mia moglie e un gruppo di amici durante le feste di Natale (Francia, Austria, ex Jugoslavia, ecc). Fino a quando ho conosciuto le persone che lavorano al Museo della Navigazione di Battaglia Terme.

Guarda il video “Adriano racconta i ciodi”!


4 commenti

Gianfranco Sandon · 21 Gennaio 2021 alle 14:11

Adriano te sì un grande, fradeo de Ricardo…

MAURIZIO ULLIANA · 21 Gennaio 2021 alle 16:46

Bravi bravi bravi

Gianremo Montagnani · 21 Gennaio 2021 alle 17:07

Un piacere leggere l’intervista di questo nuovo amico del Museo della Navigazione Fluviale, grazie a Voi di questa condivisione, certo quando questo tempo ingrato sarà finito ed avrò la possibilità di ritornare dalla Puglia nel Veneto, una delle prime tappe sarà ritornare a farvi visita e riaprire il mio taccuino da viaggio, tanti gli elementi da fissare sulla carta, spero solo che sia alla soglia dell’estate prossima.
cordiali saluti
Gianremo Montagnani

Riccardo · 21 Gennaio 2021 alle 22:44

Camillo Benso di Cavour per fare azione di frenaggio, all’eventuale invasione Austriaca del Piemonte, aveva messo a punto quanto necessario ad allagare la Pianura Piemontese. Non solo, fino agli anni cinquanta del secolo scorso, era possibile navigare da Venezia ai Navigli di Milano. Questo e molto di più si potrà constatarrlo a Battaglia terme, cittadina ai piedi dei colli Euganei visitando il sito che ne racchiude la storia. Se ne è accorto anche “Arte Navale”, una rivista di fama internazionale, dedicando ben dodici pagine corredate da fotografie e testo, in Italiano ed Inglese. Eppure per molti anni, precisamente dopo la seconda guerra mondiale le vie d’acqua sono state abbandonate per lasciare il posto alle autostrade ed alla motorizzazione. Oggi si cerca di rivalutarle e gran parte del merito và a Riccardo Cappellozza, il quale si è sempre definito, avendone ben donde, l’ultimo dei barcari . viventi. Oggi un’associazione della quale anch’io faccio parte cerca di tramandarne l’eredità e finalmente le Autorità civiche hanno rivalutato questa ricchezza che dà lustro a tutto la cittadinanza , malgrado le limitazioni imposte dal pericolo di contagio della pandemia. Personalmente ho sempre in mente il progetto di abbinarci l’arte della recitazione e letture teatrali ai capolavori e reperti storici del museo. Farebbe la differenza per il visitatore , sopratutto quello italiano e locale perché possa rivalutare un pezzo di storia patria appartenuta ai suoi avi. Perchè il Museo , sembrerebbe un controsenso ma è più conosciuto all’estero che localmente.

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