L’attiraglio, un mestiere faticoso

Pubblicato da museonavigazione il

Intorno alla navigazione fluviale ruotano tanti mestieri.

Quando per i barcari non era possibile navigare “con mezzi propri”, per mancanza di vento ad esempio, o per la frequente presenza di ponti, o ancora, per la fretta di dover consegnare la merce, si ricorreva al traino dei burci.

Nel video, dove uno dei protagonisti è proprio Riccardo Cappellozza, fondatore del Museo della Navigazione Fluviale, si vuole ricordare il mestiere dell’attiraglio con i cavalli (o con i buoi lungo il fiume Sile), e dell’attiraglio umano, quando non c’erano i servizi o i soldi necessari.

Il “cavalànte” è quella persona che possedeva uno o più cavalli e li guidava per trainare i burci. Li metteva a disposizione in alcuni punti chiamati “restare”, lungo le aste fluviali, che i barcari conoscevano bene. In ogni “restara” erano presenti più “cavalànti” , erano ben organizzati in modo che non ci fosse concorrenza tra loro e dovevano rispettare delle regole precise, ad esempio ognuno doveva rimanere nella sua zona e non sconfinare…

Così per raggiungere Treviso da Battaglia si dovevano cambiare i cavalli tre volte (tre restare).

da “Canali e burci” a cura di G.F. Turato, F. Sandon, A. Romano, A. Assereto, R. Pergolis.
Diorama presente al Museo che mostra un burcio trainato dai cavalli.

Riccardo Cappellozza nel libro a lui dedicato, del “cavànte” racconta:

Un mestiere difficile, che richiede competenza ed esperienza, specie per svolgere operazioni complesse come quella dell'”istradare la barca” in prossimità di un ponte: prima di tutto si deve recuperare buona parte della fune di traino per ridurre il più possibile la distanza tra gli animali e l’imbarcazione; poi si incitava a voce e con la frusta i cavalli perchè producano il massimo sforzo di cui sono capaci, così da imprimere al burcio uno strattone tale da consentirgli di oltrepassare il ponte; quindi, a monte del manufatto, si ormeggia la barca ad una “brìcola” e si sgancia la fune dai cavalli recuperandola di poppa; infine la cima viene riattaccata agli animali per riprendere il normale traino.

da “L’ultimo dei barcari” di francesco Jori.

Il mestiere del “cavalànte” terminò con l’avvento della motorizzazione. I burci, per stare al passo della concorrenza ed essere più veloci si facevano trainare dai rimorchiatori, ossia delle imbarcazioni destinate al traino delle barche.

Riccardo Cappellozza racconta che i “cavàlanti” hanno provato a resistere il più possibile:

Quando passavamo, ci buttavano i sassi dai ponti cercando di romperci l’elica: volevano fermare il progresso…

da “L’ultimo dei barcari” di francesco Jori

Quando non c’era la possibilità di utilizzare il traino dei cavalli, generalmente per la mancanza di soldi, uno dei barcari scendeva sull’alzaia, la strada che corre lungo la riva di un corso d’acqua, e con la “sana” (una cinghia di juta) infilata attraverso le spalle, trainava il proprio burcio finchè le forze glielo consentivano.

Delle fatiche del tirante ci sono le rievocazioni, (recentemente a Battaglia Terme e a Casier) ma la più “antica” si svolge a Fiesso D’Artico il 22 settembre p.v., con una pesante peata da trainare da parte delle squadre a mezzo delle “sane” o “sange”.

Immagine utilizzata per le locandine del Palio del Ruzante. La locandina di una delle scorse edizioni è appesa al Museo.

Il filmato “Antichi mestieri, l’arte dei barcari, dei cavalànti e dei tiranti nei fiumi e canali del Veneto” è stato realizzato da Giorgio Ferrato ed è condiviso anche nel canale YouTube del Museo.

Le citazioni sono tratte dai libri “L’ultimo dei barcari” di Francesco Jori e “Canali e burci” a cura di G.F. Turato, F. Sandon, A. Romano, A. Assereto, R. Pergolis che potete trovare in vendita al Museo della Navigazione Fluviale.


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